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IL CACCIAVITE E LA PAROLA.
Manifesto deontologico dello scrittore e del lettore dilettante.
Introduzione: Il diritto al disallineamento.
Questo trattatello non nasce per vanità né per cercare consenso. È un atto di sabotaggio pacifico, una provocazione. In un'epoca in cui la parola è merce standardizzata da algoritmi e consumata da sguardi distratti, rivendico la dignità del nostro rango di "dilettanti".
Darsi del dilettante non significa confessare inferiorità rispetto ai professionisti, ma dichiarare una secessione morale. Il dilettante trae diletto dall'atto puro della conoscenza, libero dal ricatto del profitto, dal feticcio della visibilità e dal consenso dei like.
Queste pagine sono il mio diario di bordo. È il brogliaccio di un uomo che ha speso la vita tra il rigore del calcolo e il fango dei cantieri, e che oggi usa la scrittura come un cacciavite: per smontare i motori ingolfati delle nostre illusioni e guardare cosa c’è dentro. Senza finta modestia, è un invito a ritrovare la densità dei contenuti e la bellezza scandalosa del dubbio.
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Capitolo I: Estetica e poetica dello scrittore dilettante.
Chiunque si sia formato sui manuali di Sapegno o Pazzaglia ricorda la sacrale distinzione accademica tra estetica e poetica. L’estetica come filosofia del bello; la poetica come programma operativo dell'autore per posizionarsi nella Storia e compiacere il mercato editoriale. Un'architettura monumentale e finalizzata.
Ma noi siamo scrittori dilettanti, ed è uno status oggettivo. Dobbiamo adattare le definizioni alla nostra realtà.
Sono convinto che lo scrittore dilettante debba rifiutare questo impianto. Non deve cercare alcun posizionamento, ma rivendicare il lusso di una scrittura senza padroni. Scrivere per se stessi, senza l'obbligo di dover sembrare. Diciamolo chiaramente: se domani la nostra produzione finisse nel tritacarte di un blackout senza backup, le sorti della letteratura occidentale rimarrebbero invariate. Tutto il resto è intrattenimento.
Essere dilettanti, però, non significa essere superficiali. Questa condizione, libera da sovrastrutture commerciali, deve tendere a contenuti precisi, ruvidi e densi.
La mia estetica non nasce nei salotti o nelle camarille culturali, ma dove la materia si impasta con la fatica. Chi scrive fuori dai circuiti ufficiali si nutre di realtà. Nella mia vita ho lavorato in uffici, fabbriche e cantieri, costruendo impianti industriali dove le persone non sono concetti sociologici, ma corpi vivi. Alla fine ho scelto di insegnare nelle scuole, nelle carceri e con le persone disabili, perché volevo la materia umana come oggetto del mio agire.
Ho conosciuto l'uomo nella sua verità più nuda: mangiando polvere in mezzo agli operai indiani che montavano strutture d'acciaio, dividendo caldo e sudore, e oggi aiutando un ex detenuto a reinserirsi.
L'unica estetica che riconosco è quella che fa sanguinare la carne viva sulla pagina. Niente frasi decorative. Serve la precisione tagliente, ingegneristica, con cui si descrive una lacerazione. È un'estetica dell'onestà brutale, l'unica sensata quando usi la parola come terapia per smontare il motore delle tue nevrosi e guardare dentro l'abisso.
Qui scatta il mio cortocircuito biologico: il contrasto tra il pragmatismo del calcolo, abituato a far quadrare i millimetri, e l’impossibilità matematica di spiegare il nostro destino comune. Lo scrittore dilettante deve abitare questa contraddizione, unendo il rigore del costruttore all'ossessione viscerale di comprendere le ragioni dell'altro.
La nostra poetica si muove su due binari precisi, tagliati con l'accetta, tra intimismo e rabbia sociale.
Il primo filone è il dramma dell'animale umano, perso a cercare un senso che non c'è, tra passioni feroci, amicizia vera, eros consumato e l'odio dei rapporti familiari. Moti forti, senza filtri, dominati dalla consapevolezza glaciale che la vita è crudele. È la lezione della spietatezza anatomica di J.M. Coetzee, della lucidità di Ian McEwan o della disperazione esistenziale di Cormac McCarthy: il mondo non fa sconti e la provvisorietà inghiotte ogni cosa. Davanti a questa transitorietà, la velleità di lasciare il segno è un’illusione.
Il secondo filone è il nervo scoperto che la letteratura contemporanea rimuove perché scomodo: l'attualità feroce della lotta di classe. Il capitale ha solo cambiato maschera, facendosi liquido e digitale, ma lo sfruttamento è immutato. La borghesia ha abdicato, altro che avanguardia militante, e il popolo si è fatto plebe.
La scrittura del dilettante ha l'obbligo di guardare in faccia i rapporti di forza della produzione. Deve avere i piedi piantati nella lezione di Steinbeck, nella lucidità corsara di Pasolini, nell’archeologia industriale di Volponi e nell’anatomia del potere di Orwell e Sciascia. Con un'asprezza di fondo e il rammarico intimo per le grandi lotte sociali del passato che, per ragioni anagrafiche, io ho solo sfiorato mentre l'onda rifluiva.
Una sensibilità estetica e politica che oggi si estende a una visione ecologica integrale: la difesa viscerale dei diritti degli animali e di una natura violentata dal medesimo profitto cieco che schiaccia gli uomini. È la resistenza dell’individuo contro il Leviatano che si ritrova in Dostoevskij, Tolstoj o nei dissidenti sovietici come Grossman, Šalamov e Solženicyn.
Queste mie note potranno farmi definire uno sciocco comunista romantico o un velleitario anarchico individualista. Forse sono entrambe le cose, e non me ne dispiace. Ma resto fermo nella mia convinzione: il filo rosso del mio agire come scrittore dilettante è univoco. Al centro di tutto c'è l'uomo. Il solo valore assoluto, totale e sacro è la sua libertà, la sua dignità.
Lo scrittore dilettante ha il vantaggio di potersi contraddire tre volte nella stessa pagina senza dover rendere conto a linee editoriali, algoritmi o parrocchie politiche. La penna è solo un cacciavite per smontare i propri ingranaggi interiori e cercare la conoscenza, senza la pretesa di salvare nessuno se non, forse, se stessi.
Da questa estetica densa e da questa poetica cruda si snoda il raccordo con l'etica. Se non dobbiamo nulla al mercato, dobbiamo tutto alla nostra onestà. È la deontologia della sottrazione: il dovere di liberarsi da ogni condizionamento ed eleggere il conformismo a nemico giurato, combattendo con asprezza ogni tentazione di uniformità di idee, stili e contenuti.
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Capitolo II: Etica dello scrittore e del lettore dilettante.
Se l’estetica descrive la forma del cacciavite e la poetica indica dove infilare la punta, l’etica è la forza bruta che spinge la mano. Per chi scrive e legge fuori dai recinti del mercato, l’etica non è un codice morale accademico, ma un atto di sabotaggio continuo. Non serve un decalogo di buone maniere; serve un’intransigenza spietata contro il tempo presente.
Il primo e più urgente dovere del dilettante è far saltare in aria la cappa asfissiante del conformismo. Viviamo dentro un’ortodossia liquida che trasforma gli individui in elementi di un branco e di un gregge al tempo stesso: feroci nel linciaggio pubblico dei dissidenti, mansueti nel farsi tosare l'intelligenza. Questa epoca rivendica certezze monolitiche e verità rivelate, scambiando il fanatismo per coerenza. L’etica del dilettante contrappone a questo squallore la bellezza scandalosa del dubbio. Dubitare è l’unico modo rimasto per respirare.
A questa rincorsa frenetica all’omologazione bisogna opporre l’anacronismo della lentezza. Ruminare le parole, non consumarle. Rifiutare l’elogio del facile – scorciatoia per menti pigre – per difendere la conquista del semplice, che richiede la fatica dello scavo. L'etica si fa così autenticità dello stile e libertà assoluta d'invenzione, sorrette dall’onestà intellettuale di non spacciare la finzione per dogma.
Al centro di questo sforzo c'è la ricerca continua dell’individuo e dei suoi bisogni profondi. Ma l'individuo non è l'atomo isolato del neoliberismo: è ogni essere vivente, è la carne degli animali, è la pelle della natura violentata. Scrivere e leggere da dilettanti significa allora registrare il dovere morale della ribellione, specialmente per i giovani. A loro spetta l’imperativo categorico di rovesciare gli equilibri ossificati di una società gerontocratica e immobile.
Ma ribellarsi richiede una dote che il branco non possiede: il coraggio di trasgredire e la capacità di sopportare la solitudine e l’incomprensione. Chi non sa stare da solo, chi ha paura dell'isolamento, finirà sempre per scrivere e pensare ciò che il padrone vuole sentirsi dire, o quello che le mosche cocchiere vanno declamando.
Questa ribellione, tuttavia, non ha nulla a che spartire con la barbarie. Si iscrive nel solco delle grandi tradizioni pacifiche e non violente, da Gandhi a Pannella. È una resistenza che pratica il rispetto assoluto per l’altro, fissando un unico, invalicabile confine: nessuna tolleranza per le dottrine oppressive, per la prevaricazione e per la violenza, da qualunque parte provengano.
L’unico antidoto all'imbastardimento culturale è la voglia viscerale di capire, approfondire, leggere e informarsi. Senza dare mai niente per scontato o digerito. Il nemico giurato resta l’omologazione, un cancro trasversale che ha albergato in ogni ambiente: l’intellettualismo di maniera dei salotti progressisti, il gesuitismo strisciante dei burocrati della parola, il dogmatismo cieco dei partiti e quell’“egoismo sdrucciolo” di chi si gira dall’altra parte per quieto vivere.
Alzare steccati ideologici o erigere barriere significa non capire che quando vogliamo costruire gabbie per isolare l’altro, finiamo solo per rinchiudere noi stessi. Il pensiero non può essere bloccato, tracciato o recintato da un algoritmo o da un comitato di censura. L’etica del dilettante è la rivendicazione di questa anarchia dello spirito: la certezza che la parola, quando è densa, taglia sempre le sbarre della prigione.
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Sintesi finale: Il cerchio si chiude.
Estetica, poetica ed etica cessano per il dilettante di essere tre capitoli distinti di un manuale per farsi un'unica posa esistenziale. Non c’è onestà formale (estetica) né urgenza di contenuto (poetica) che possano sopravvivere senza il coraggio della solitudine (etica).
Lo scrittore e il lettore dilettante, uniti da questo patto sotterraneo, non cercano risposte consolatorie né si aspettano che il mondo batta loro le mani. Accettano la crudeltà della vita, la provvisorietà di ogni sforzo e la parzialità di ogni punto di vista, ma non arretrano di un millimetro sulla difesa della propria libertà spirituale.
Questo pamphlet si chiude non come una dottrina definita, ma come una chiamata alle armi del pensiero autonomo. Finché ci saranno persone disposte a dubitare, a rallentare e a smontare i dogmi del gregge, la letteratura – quella vera, sgraziata e clandestina – continuerà a esistere fuori dai recinti del mercato.